Il vigliacco.

Lo ricordo quel giorno.
Il giorno in cui il fisioterapista che mi seguiva, il grande Vincenzo, nella clinica dove ero ricoverato mi disse: ”Adesso prova a fare qualche passo”.
Posizionò la sedia a rotelle, su cui ero comodamente seduto, tra due corrimano di fronte ad uno specchio.
Afferrai con forza quei due pezzi di legno che rappresentavano le mie ancore di salvataggio se il mare, emotivo e fisico, si fosse fatto oscuro e minaccioso.
Mi alzai in piedi, dritto e rigido come un obelisco con un nauseante carico d’ansia e di paura per quello che da li a poca stava per accadere, e sotto il pacato e sensibile incitamento del fisioterapista iniziai a muovere le mie intorpidite gambe.
La madre di tutte le regole per la riuscita della complessa e macchinosa operazione e che dovevo, assolutamente, osservare il movimento delle gambe dallo specchio e mai e poi mai abbassare lo sguardo per guardarle direttamente, perché solo in questo modo potevo valutare la deambulazione per tentare di correggerla, nel limite del possibile.
E cosa vidi?; il caos.
Due meccanismi biologici costituiti di carne e ossa, chiamati gambe, che si muovevano all’80% per fatti loro per quanto mi sforzassi di dargli un senso estetico e funzionale compiuto; fu uno shock.
Dopo quei quattro faticosissimi passi tornai alla mia caritatevole sedia con le ruote, sicuramente più stabile e sicura, e scoppiai in un pianto a dirotto celato da un asciugamano accroccato a burqa.
Sono passati tanti anni ma il processo evolutivo della specie, nel mio caso, si è inchiodato davanti a quello specchio.
Quel pianto in un primo momento, d’altronde è la via più logica, l’ho classificato come lo shock emotivo dovuto alla possibile riconquista della posizione eretta ma poi, nel corso degli anni, ho avuto la prova che l’evidenza a volte inganna.
Il mio sguardo non va oltre i miei piedi, la mia testa è china su di loro non per vedere l’effetto dell’alternanza del mio passo claudicante  o per evitare ostacoli che possono provocare cadute, anche se ci sono state e ci saranno sempre, ma la cosa è molto più subdola e raffinata.
Il mio sguardo non deve assolutamente incrociare superfici che possono riflettere il mio corpo o meglio la sua parte inferiore.
Non la sopporto. Non la voglio vedere. Mi disturba.
Quelle non sono le mie gambe, sono solo due sghembi bastoni su cui mi appoggio ma, lo ribadisco, non sono le mie gambe.
La mia sensibilità neurologica è talmente compromessa che, da madre caritatevole, fa si che non avverto la loro presenza, sono un mondo a parte che si è conquistato la sua indipendenza con un bagno di sangue come si conviene ad una onesta rivoluzione.
Uno specchio non riflette un vigliacco ma lo crea, ecco perché sopporta un rapido sguardo e non una attenta analisi.

Sandro

Sono un uomo mediocre che ha trovato il suo riscatto nel dolore. Il dolore mi ha destato dal mio ingenuo sonno infantile, mostrandomi l’immagine della divina sopravvivenza. È durato il tempo che un fulmine mostri la sua sgraziata sagoma ed il lume si è spento, annegato nella sua madre cera. Trascino la mia esistenza con malcelato imbarazzo, aspettando il nuovo riscatto. Buona navigazione. Google+

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